Rapporto bonifiche 2011

1. Breve introduzione con la descrizione dell’insediamento. 

 

Che vi fosse una “crisi ambientale” sul territorio di Brindisi è fatto riconosciuto da studi dell’ENEA e da Decreti nazionali che, fra l’altro, con il DPR del 28 aprile 1998 e relativo alla “Approvazione del Piano di disinquinamento e risanamento di Brindisi” individuava anche le aziende che dovevano attivare interventi strutturali tali da disinquinare e migliorare le proprie performance ambientali. 

Oltre al riconoscimento di area in “crisi ambientale”, con la L. 426/1998, Brindisi, congiuntamente ad altre 13 località, viene riconosciuta come “area di interesse nazionale per la bonifica” ed il Ministero dell’Ambiente, con proprio Decreto del 10 gennaio 2000, perimetra l’area da sottoporre a caratterizzazione chimica per l’individuazione di eventuali inquinanti e l’attivazione delle relative procedure di “bonifica”. 

Tale perimetrazione riporta tutta l’area industriale gestita dal Consorzio ASI e la parte di terreno agricolo compreso fra il polo industriale di Nord e la centrale termoelettrica Enel di Cerano, posta a Sud dell’area industriale; tale centrale è collegata al porto di Brindisi attraverso un nastro trasportatore del carbone e dell’olio combustibile (un tempo anche orimulsion) lungo circa 8 Km. 

Il Ministero nel proprio decreto di perimetrazione del SIN di Brindisi ha ritenuto opportuno inserire anche la zona agricola interclusa in quanto soggetta a “ricadute” di inquinanti prodotti dal sito industriale di nord e dalla centrale di sud; tale inserimento, come si accennerà successivamente, ha permesso di verificare (con fondi pubblici) la presenza di un intenso inquinamento sia del suolo e sottosuolo che della sottostante falda freatica.  

La zona industriale è costituita da una porzione recintata e posta ad Est (dell’estensione di circa 600 ha) nella quale, fin dagli anni 60’, si sono insediate le aziende petrolchimiche (oggi Enichem, Basell, Chemgas, ecc) e piccoli gruppi per produzione di elettricità, oggi sostituiti da una grande centrale a metano della ENIPOWER (1.280 Mwh); in questa area vi sono una grande quantità di impianti, da anni abbandonati (MDI, EVC x CVM, ecc) ed ancora molti terreni da poter utilizzare che, sostanzialmente, costituiscono dei browfields. 

La parte restante della Zona Industriale, almeno 4 volte più grande dell’area del  petrolchimico, è occupata solo per 1/3 da aziende che si differenziano nei settori della: chimica, aeronautica, meccanica e della produzione di servizi. 

Il Decreto ministeriale di perimetrazione del SIN riporta anche le area poste a mare e costituenti tutto il porto di Brindisi (seni di ponente e levante, porto medio e porto esterno) oltre che un’area di mare posta a sud e fino a Cerano, per un’estensione di 3 miglia marine; tale area fu esplicitamente richiesta dall’ICRAM, Istituto statale che gestisce le aree marine.    

Seppur in tempi politici (circa 20 anni), l’iter normativo attuato per l’area industriale di Brindisi segue il percorso logico e razionale che individua in progressione varie tappe, quali: studio dell’area (ENEA), individuazione delle criticità ambientali (decreti e leggi Ministeriali), quantificazione analitica della contaminazione ed interventi di bonifica.

Va tutto bene dal punto di vista normativo e l’area di Brindisi è riconosciuta fra le più inquinate d’Italia al punto che la gestione dei fondi allora stanziati (circa 20 miliardi di lire) viene affidata ad un Commissario che, nel qual caso, è il Presidente della Regione Puglia. 

Siamo nel 2000 e Brindisi è amministrata, anche dal punto di vista ambientale, in maniera dinamica e lungimirante al punto da aver completato tutti gli impianti del ciclo dei rifiuti (ancora oggi fermi), di avere una rete di controllo della qualità dell’aria (mai entrata in gestione), di avere i Piani comunali relativi al controllo dell’amianto e della rumorosità, ecc. e di individuare la possibilità di attivare anche un “Accordo di programma” sulla chimica e sulla bonifica, sulla scorta di quanto effettuato nel 1999 a Marghera. 

In più rispetto a Marghera, si rafforzava il principio comunitario di “chi inquina paga”, per cui si intravedeva la necessità che all’eventuale “Accordo” possano partecipare anche le aziende private che hanno, diciamo così, contribuito alla contaminazione del territorio; con questa logica appariva anche del tutto evidente che essendo stati i comparti della chimica e dell’energia quelli che hanno prodotto i maggiori danni e che allora (anni 70-80) erano dello Stato, anche e soprattutto questo doveva contribuire alla partecipazione onerosa dell’Accordo.  

E’ altresì evidente che ove la falda freatica sottostante le aziende private fosse stata individuata come “contaminata”, anche queste avrebbero dovuto partecipare alle spese di bonifica. 

Quindi anche il percorso amministrativo era chiaro: Brindisi, ottenuti i riconoscimenti relativi alla crisi ed al danno ambientale, doveva passare alla richiesta della “bonifica” ed al ripristino delle condizioni ambientali attraverso la stipula dello “Accordo di programma” con il Ministero dell’Ambiente; è evidente che anche le aziende private che hanno contribuito alla contaminazione della falda dovevano partecipare agli oneri della bonifica. 

 Alla fine del 2000, dopo il Decreto di perimetrazione dell’area di Brindisi, solo alcune aziende private (6 o 7 su circa 200 aziende insediate) si attivarono per effettuare le caratterizzazioni chimiche del suolo, sottosuolo e della falda freatica, seguendo le procedure della normativa vigente (DM 471/999); tutto tace sul fronte pubblico, affidato al Commissario, che solo a partire dal 2004 (ben 4 anni dopo) utilizza i fondi a disposizione per “caratterizzare” aree pubbliche e private. 

Dalle prime analisi si evidenzia subito un fortissimo stato di inquinamento della falda nei terreni posti all’interno del perimetro del petrolchimico, mentre all’esterno, ma sempre nella zona industriale, la falda risultava per lo più contaminata da solfati e manganese; anche la falda posta al di sotto di terreni mai utilizzati a scopo industriale subiva la presenza di questi contaminati. 

Per ben sette anni il Commissario e l’amministrazione in carica dall’aprile 2004 a giugno del 2011, hanno trascurato l’attenzione necessaria verso il riconoscimento del “danno ambientale” subito dal territorio e solo il 13 dicembre 2007 si sottoscriveva fra: Ministero dell’Ambiente, Commissario di governo per l’emergenza ambientale in Puglia (Vendola), Regione Puglia, Provincia, Comune ed Autorità portuale di Brindisi un “Accordo di programma per la definizione degli interventi di messa in sicurezza e bonifica delle aree comprese nel SIN di Brindisi”. 

L’Accordo prevedeva una spesa complessiva di 135 milioni di euro di cui 50 rivenienti dal Ministero attraverso i fondi FAS, 65 dalla Regione attraverso i fondi CIPE/FAS, 5 dal programma nazionale delle bonifiche (DM 468/01) e 15 da presunte prime transazioni relative all’approvazione di aziende private

L’accordo così sottoscritto, se pur tardivo, forniva la sensazione che si fosse sulla strada giusta per la bonifica dei terreni e della falda e per il ripristino delle condizioni ambientali preesistenti agli insediamenti industriali della chimica ed energetici. 

In realtà, alla prima lettura, l’Accordo risulta essere stato sottoscritto solo ed esclusivamente per permettere la formazione di “barriere di confinamento” della falda attraverso la realizzazione di un diaframma plastico in grado di impedire, per tutto il perimetro dell’area industriale, il trabocco delle acque freatiche contaminare nell’adiacente mare. 

Questa procedura di confinamento della falda è simile a quella prevista in molti altri siti nazionali, fra l’altro lievitati da 14 (L 426/98) a 54, senza ipotizzare e verificare eventuali alternative tecniche alla “barriera”; a tal proposito, pur senza voler pensare a male, è ipotizzabile che l’imposizione di tale percorso tecnico abbia avuto una regia occulta importante. 

Ma in fondo, si potrebbe pensare, cosa importa se al posto di una “barriera idraulica” (con pozzi emungenti) si prevede la realizzazione di una “barriera di confinamento”, tanto i soldi rivengono esclusivamente dallo Stato !!!

Oggi, il Ministero ha affidato alla Sogesit ( società dipendente dallo stesso Ministero) la realizzazione del progetto che, guarda caso è lievitato a 220 milioni di euro e senza che vi sia certezza nel finanziamento statale. 

In definitiva, il Ministero, nella consapevolezza di non avere un centesimo per l’Accordo di Brindisi, blocca l’utilizzo di tutti i terreni della zona industriale che presentano una falda contaminata anche da un solo parametro, fosse anche questo i “solfuri” che lo stesso Istituto Superiore della Sanità non riconosce come contaminate e ne attribuisce la presenza alla intrusione marina nelle fasi di alta marea. 

Il Ministero blocca tutto, anche se i macrolotti di decine di ettari che vengono caratterizzati con fondi pubblici del Commissario, presentano un solo punto di contaminazione nella falda !!!   

Il Ministero, in definitiva, conosce bene la situazione ambientale di Brindisi, sa di non avere un centesimo da mettere nell’Accordo e sa anche che le più grosse aziende del polo chimico (oggi: Enichem, Basell, ecc) e di quello elettrico (oggi: Enel, Edipower, Enipower) sono quelle che hanno contribuito allo stato di contaminazione e di inquinamento del territorio di Brindisi ed attua, con queste, la strategia del “danno ambientale”.  

Infatti, seguendo le procedure della legge quadro sull’ambiente (Dlgs 152/2006, art. 300 e s.m.) il Ministero, in qualche maniera, induce le grosse aziende ad aderire all’Accordo di programma per Brindisi facendo sottoscrivere un contratto decennale di sostanziale riconoscimento di un “danno ambientale” causato.

Con l’adesione all’Accordo sulla bonifica, queste stesse aziende hanno la possibilità di avere l’immediata disponibilità dei terreni (anche se contaminati) e di spalmare in ben 10 anni la quota di partecipazione all’Accordo !!!

Possibilità che viene negata dal Ministero alle piccole aziende ed agli stessi singoli proprietari dei terreni che sono costretti a pagare subito o al massimo in due anni l’onere di circa € 6,5/mq. e con l’aggiunta dell’incognita delle spese di gestione dell’impianto di trattamento acque. 

Nessuna valutazione in merito al pagamento viene fatta alle aziende che oggi si insediano sul territorio industriale e che, come per i terreni non utilizzati industrialmente, non possono aver contaminato la falda. 

Per quale motivo il Ministero differenzia e favorisce le grandi aziende che hanno inquinato dai piccoli insediamenti ?

Per quale motivo un proprietario di un terreno mai utilizzato per scopo industriale ma solo per scopo agricolo, deve pagare subito l’onere della partecipazione all’Accordo di Programma della bonifica della falda e chi ha inquinato veramente deve avere 10 anni a disposizione per pagare?

Quale senso ha differenziare 10.000 Euro da 10 milioni di euro ed imporre il pagamento dei 10.000 euro subito al proprietario di un terreno usato come agricolo e con la falda che gli è stata contaminata? 

Vale o non vale quanto riportato nell’Accordo per il pagamento degli oneri in 10 anni? 

In virtù delle sollecitazioni del Ministero, grosse aziende quali: Enichem, Enel, Edipower, Sanofi-Aventis, ecc. e con stabilimenti in Brindisi hanno sottoscritto con lo stesso Ministero l’Accordo di programma per impegni che assommano a circa 90-100 milioni di euro ed hanno con ciò riconosciuto ogni responsabilità in merito all’inquinamento prodotto.

Conoscendo la grave situazione economica del Ministero non vorremmo che, oltre al danno di aver subito gli inquinamenti che hanno portato questo territorio ad essere dichiarato di interesse nazionale per la bonifica (L. 426/98), si possa subire anche la beffa che questi soldi siano utilizzati per altri scopi. 

La beffa, infatti, risiede nel progetto presentato dalla Sogesid che porta l’onere della sola barriera fisica a circa 220 milioni e quindi alla necessità di recuperare ancora 120-130 milioni che, sicuramente, non potranno venire dalle restanti piccole aziende allocate nel territorio con falda contaminata. 

In questa situazione che soffre realmente è l’economia locale che, a causa della eccessiva burocrazia del Ministero, vero grosso bubbone, non permette il rilancio della zona industriale che, ben infrastrutturata è in grado di accogliere nuove aziende, ad “impronta ecologica” positiva e capaci di proiettarci verso un futuro realmente sostenibile.

 

 

2. Avanzamento dell’istruttoria di bonifica.


Molto sinteticamente si riportano le considerazioni richieste ed alcune valutazioni quantitative differenziando le parti dell’area industriale e della zona agricola, questa ultima caratterizzata per circa 400 ha da soli fondi pubblici.

 

Petrolchimico:  

Quasi tutte le aziende insediate hanno provveduto, dal novembre del 2000 ad oggi ad effettuare la caratterizzazione chimica dei suoli, sottosuoli e della falda freatica che si rinviene a pochi metri (3-6 m.) dal piano di campagna. 

Lo stato di contaminazione dell’area del petrolchimico è ALLUCINANTE al punto che le aziende: Basell, Daw poliuretani, EniChem, Enipower e Polimeri Europa si coinsociano per affrontare congiuntamente il problema della sola falda freatica che risulta contaminata da: idrocarburi alogenati, CrVI, benzene, monoclorobenzene, dicloroetano, ecc. 

Tutte queste aziende hanno potenziato un sistema di trattamento acque presente che è sostanzialmente irrisorio rispetto alle quantità di acque da trattare per evitare che pervengano al mare. 

Oggi molte di queste aziende hanno aderito all’Accordo di programma del dicembre del 2007 e stanno versando al Ministero l’equivalente di circa 6,5 €/mq. , distribuiti in 10 anni e senza interessi, per la realizzazione di un “barriera idraulica” ( diaframma plastico) per impedire che le acque di falda pervengano a mare. 

 

Area Industriale esterna al petrolchimico.    

Per questa area, sono stati spesi circa 20 milioni di euro, fra fondi nazionali e del commissario, per caratterizzare aree pubbliche e private . 

La caratterizzazione è stata, per lo più, effettuata dal Consorzio di Sviluppo Industriale, coadiuvato dal Comune di Brindisi, dall’Università di Lecce e dall’Arpa Puglia. 

Sono state caratterizzate, in particolare ed oltre le aree pubbliche, quelle private che non  sono mai state utilizzate a fini industriali e, come tale , continuano ad essere utilizzate a fini agricoli. 

La caratterizzazione dei privati insediati si può ritenere non sia superiore al 20-25 %, mentre le richiamate aree industriali non utilizzate sono state quasi tutte caratterizzate. 

Lo stato di contaminazione di tali aree è del tutto differente da quelle del petrolchimico ed in particolare si è riscontrata la presenza nei suoli di: arsenico, DDD, DDT, DDE, ecc. e nella falda di: solfati, manganese e tricloroetano. 

In questa area vie è anche la industria farmaceutica Sanofi-Aventis  che, avendo rilevato il superamento dei limiti, anche di 1000 volte, del cloroformio (in particolare), ha attivato un processo di abbattimento del contaminante attraverso una serie di pozzi freatici. 

In tutta questa area nessuno ha mai effettuato ulteriori inrterventi di bonifica dei terreni e della falda e solo alcune aziende  hanno aderito, ob torto collo, all’Accordo di programma, per poter avere lo svincolo del terreno e poter realizzare i propri insediamenti produttivi. 

 

Area Micorosa. 

Questa area è presente all’esterno del petrolchimico e, dell’estensione di circa 50 ha, è stata utilizzata fino agli anni 80’ quale discarica abusiva dei rifiuti prodotti dell’adiacente petrolchimico; la quantità di rifiuti pericolosi stoccati è di circa 1,5 milioni di mc. 

Tale area è stata venduta dall’allora Montecatini, alla società Micorosa srl che avrebbe dovuto recuperare tali rifiuti per ottenere calce idrata da utlizzare successivamente nell’abbattimento dello zolfo presente nei carboni mandati in combustione dalle due  centrali dell’Enel; a tal proposito, fra l’altro, questa azienda ebbe anche un contributo pubblico di circa 5 miliardi. 

La caratterizzazione è stata effettuata congiuntamente da Comune di Brindisi ed ARPA ed ha portato ad individuare contaminazioni da dicloroetilene (il famigerato cloruro di vinile) benzene, arsenico e altri contaminanti per volumi complessivi che superano di 4 milioni i limiti consentiti dalla legge, fino a cinque metri di profondità. 

Anche per questa area il Ministero ha dato incarico alla Sogesit di quantizzare  gli importi necessari alla bonifica. 

 

Aree zone agricola 

 E’ stata parzialmente realizzato il Piano di caratterizzazione proposto dal Comune di Brindisi e dall’Università di Lecce per un’estensione di 29,766 Kmq. In particolare è stata effettuata la caratterizzazione di circa 400 ettari di terreni agricoli posti nell’intorno del nastro trasportatore del carbone dall’area portuale alla centrale ENEL di Cerano. 

In tale area sono stati rilevati nei terreni : 

- contaminazione da metalli: stagno, berillio ed arsenico, con minore presenza di vanadio e cobalto e sporadica presenza di rame, cadmio, mercurio e nichel. 

 - contaminazione da pesticidi clorurati: DDD, DDt, Endrin, Alaclor, Aldri, Dieldrin

 Nella falda sono stati rilevati: manganese, nichel, selenio ed idrocarburi. 

 

 

3. Conclusioni con le proposte ed eventuali problemi o elementi specifici.


Il maggiore problema da risolvere è la lentezza della burocrazia ministeriale che ha accorpato tutte le funzioni in merito alle caratterizzazioni e le bonifiche; ad esempio l’ultima Conferenza dei servizi tecnica si è svolta nel marzo del 2010 e ad oggi non si conoscono i risultati delle richieste avvenute dopo questa data. 

Inoltre è assolutamente da condannare l’atteggiamento ingiustificato del ministero che intende farsi pagare gli oneri della bonifica, pari a circa 6,6 €/mq per le aree poste al di fuori del petrolchimico, in una sola soluzione quando l’importo è inferiore a 60.000 € e, quindi quando si intende realizzare un insediamento produttivo su terreni di estensione inferiore a circa 9.000 mq. 

Nel caso in cui il terreno è leggermente superiore nelle dimensioni, il Ministero permette la dilazione ma con rateizzazioni non inferiori a 60.000 €/anno.  

Questa è una regola CHE NON ESISTE nell’Accordo di Programma del dicembre 2007 e che è del tutto arbitraria. 

Il Ministero penalizza i piccoli interventi, magari realizzati su greenfiel, mai utilizzati come industriali ma che hanno subito un minimo di contaminazione della falda, favorendo, invece, i grandi insediamenti produttivi della chimica (Enichem, Basell, ecc.) o dell’industria energetica (Enel, Edipower ed Enipower) o della farmaceutica (Sanofi-Aventis) che hanno pesantemente inquinato terreni e falda. 

Questi grandi insediamenti, infatti, hanno la possibilità di spalmare il loro debito, calcolato in mq, in 10 ANNI E SENZA INTERESSI!!!

Questo è un aspetto vergognoso che probabilmente interessa solo l’area industriale di Brindisi. 

Infine appare necessario ed opportuno, per i piccoli interventi che invasivi sulle componenti contaminate, che le procedure siano snellite e gestite dal comune di Brindisi, con la eventuale supervisione di uno dei tanti giovani laureati che operano fra i vari piani del ministero. 

Favorire, quindi, gli insediamenti produttivi che hanno una “impronta ecologica” positiva, riducendo le spese iniziali ed i tempi di attivazione delle procedure. 

Ciò solo in virtù di un contenimento delle informazioni. 

 

prof. dott. Francesco Magno  

(direttivo Legambiente Brindisi)