L'esperienza di Teodoro D'Amici e la testimonianza di tanti laici sugli avvenimenti "straordinari" di Jaddico. (Seconda parte)



     - Sciu an facci a quiddu quadru e li purtai li rosi e dissi: "Matonna mia, sarai ca no sò degnu, ma quisti sontu li rosi ti lu giardinu mia. Sontu pi tei."

Vittorio Stasi di Mesagne teneva una "Seicento" e solo quando tornava da Jaddico sentiva sempre il profumo della Madonna. Si sentiva attirato da Lei tanto da sentire la necessità di ritornare in quel luogo un'altra volta.

     "Quando mi mozzicavo le dita con le forbici di campagna bestemmiavo", si esprime così Vittorio, per evidenziare che: dopo aver frequentato Jaddico, essersi immerso in quella preghiera notturna e ancor prima di vedere splendere di Luce il muro di Jaddico, non ha bestemmiato più.

"Mi scappano le lacrime, dice mentre racconta di Jaddico, mi avete fatto commuovere".

Nel buio della notte un rumore come un fulmine, e poi "anfacci allu muru" fiammelle rosse fuoco. Era tutto pieno.

"Madonna del Carmine", disse Vittorio, e dopo aver raccontato altri, tanti particolari, poi … più nessun rumore: il silenzio assoluto, il profumo.

Il Signore ce lo ha conservato fino a pochi anni fa. Lucido nei ricordi, pieno di entusiasmo e di amore mentre racconta l'esperienza che ha vissuto a Jaddico, e negli occhi, ormai umidi: l'emozione.

     Mario, Ugo, Antonio Consales. Tre fratelli.

Il primo viene a sapere attraverso i giornali di ciò che accade a Jaddico, e cerca l'incontro con Teodoro. Sa che deve avvicinarsi a lui con i guanti di velluto, perché sa di avere a che fare, questa è la fama, con un uomo burbero. Ma Teodoro ha bisogno di consensi, ha bisogno di gente che capisca l'esperienza che sta vivendo, e così lo invita alla preghiera notturna: "Se tu vuoi, vieni."

Non può dire a Mario: “Vedi io sono stato invitato dalla Madonna per il tale giorno e quel giorno ci sarà sicuramente l'illuminazione del muro”. Non può dirglielo! Se questo poi non accade? Intanto lo invita, e Mario e Ugo, i due fratelli che erano imprenditori e avevano una falegnameria, qui a Brindisi, vengono a pregare assieme a Teodoro e agli altri.

Mario e Ugo fanno l'esperienza della Luce. Le loro mogli: per Mario, Edda Gaito, per Ugo, Carla Codutti, ci raccontano quello che i due dicono al loro rientro in casa.

Mario, al ritorno da Jaddico, entra in casa e dice: "Edda, Edda, perché non sei venuta? Ho visto la Luce della Madonna” e piangendo, ribadì: “Sì, sì, ho visto la Luce della Madonna. Quella Luce l'ha vista prima Teodoro e poi tutti noi."

E invece Ugo, quando entra a casa, piange, piange,come un bambino. "Se tu sapessi, Carla, quello che è successo! Se tu sapessi, ti senti come polvere!”. Teodoro ha detto: “Si illumina la parete”, ma noi non abbiamo visto nulla, poi, ha detto: “La Luce si ritira”. In quel momento abbiamo visto il muro illuminato, color oro. Piange. Ho visto una cosa che non si può descrivere. Stavamo tutti là. Quando Teodoro è venuto verso di noi, era inondato di profumo.

     Quando Ugo arriverà al suo ultimo respiro, prega con queste parole: "Madonnina mia, Madonnina mia. " Poi muore.

     Antonio Consales è il fratello dei primi due dei quali vi ho appena parlato. Era il procuratore della assicurazione RAS di Brindisi, in via Duomo.

Non avrebbe mai pensato di venire a Jaddico a pregare con quelle persone. Era l'ultima cosa che avrebbe voluto fare; ma, siccome l'invito gli arriva dai suoi due fratelli che stima moltissimo, lui aderisce e viene qui a Jaddico a pregare con loro.

Quel giorno è il 31 dicembre 1962 e la chiesa è già avanti nella costruzione. La preghiera si protrae sino a mezzanotte e oltre. Si sentono i botti con i quali si festeggia l'anno nuovo.

Dopo mezzanotte la Madonna si rivela con la sua Luce e Antonio Consales, all'una e mezza di notte, finalmente rientra a casa. Quelli di casa sono in piedi, non prendono pace, lo stanno aspettando, sono preoccupati, perché a quell'ora non è ancora rientrato.

Queste le parole che ci riferisce Aida, la figlia di Antonio: "Il suo viso, il suo volto sprizza felicità.

Poche ore prima, alla fine del Rosario, ha visto il muro illuminarsi. Ha visto la Luce.

Non é più lui. In casa lo conoscono come una colonna, come una persona forte alla quale appoggiarsi, invece ora rivela tutta la sua fragilità, é incredibile come si coglie la sua immensa felicità.

In quel momento Antonio ha descritto il fenomeno e, mentre lo fa, piange, come un bambino.

Una luce che non ha né una origine, né una fine, che avvolge il muro. Della Luce non si vedono i confini.

Questi raccontò: di una Luce diafana, incredibilmente trasparente, di smisurata intensità."

     Tredici anni dopo i fatti di Jaddico, Mario fa già l'esperienza della malattia, anzi della "battaglia durissima", come lui scrive, quella battaglia che su di lui avrà il sopravvento e gli farà concludere la sua vita terrena.

Il 21 maggio 1975, dall'ospedale di Ancona scrive a Teodoro. Gli chiede di sostenerlo con la preghiera e, sebbene avesse tanto da insegnare agli altri, lo fa con parole piene di umiltà. Gliela chiede, perché Teodoro è capace, si legge in quelle righe, di scalare le montagne fino a raggiungere la cima, senza paura e senza esitazione, così come era avvenuto quando la montagna da scalare era rappresentata da tutte le difficoltà trovate e superate nel portare a termine la costruzione del Santuario.

     "La nostra amicizia è troppo grande e bella, voluta da un sacro Muro glorioso, dove abbiamo depositato, per 13 anni, i nostri affanni, le nostre ansie e tutto l'amore del nostro Spirito.

Abbiamo vinto insieme tante, tante battaglie, ed altre ci attendono per il progresso di quel luogo a noi tanto caro.

Oggi mi trovo a dover lottare una battaglia durissima, anche se non riguarda Jaddico. Da solo sono troppo poco, con voi mi sento più forte, specie con il falchetto che, nonostante l'enormità del lavoro che da 13 anni svolge per la Madonna, deve fare il sacrificio per suo fratello, che domanda una profonda e grande collaborazione alla sua maniera, cioè come colui che vede la cima di un monte, per raggiungerla senza paure e senza esitazione.”

Ed ora, anche se non volevo raccontarla così (ma non saprei scrivere in un modo diverso), ricordo che quando ero bambino e Mario parlava dei fatti accaduti a Jaddico, stavo ad ascoltarlo incantato, per il contenuto del racconto e per l'entusiasmo con cui parlava. Sognavo di diventare grande e di poter parlare di Jaddico, come faceva lui. Ma quando ci riesci, non sei tu, non è la bocca che parla, è il cuore, è lo Spirito.

I due, Mario e Teodoro hanno due stili diversi nel condurre la giornata.

Mario usa il telefono per raggiungere le persone, ma quando ha bisogno di parlare con Teodoro, non può chiamarlo, giacché Teodoro, a causa del suo lavoro, sta sempre per strada.

Invece Teodoro non usa il telefono e, con la sua Vespa, raggiunge le persone che vuole contattare. Quando ha bisogno di raggiungere Mario, spesso nello stesso momento in cui Mario vuole parlargli, arriva da lui, proprio come un falchetto. Questo è il motivo per cui Mario, nella sua lettera, chiama Teodoro "il falchetto".

     Alberto Del Sordo fu all'inizio un ostacolo per Jaddico, perché lui non credeva a quanto si diceva fosse accaduto.

Ci fu un giorno in cui Del Sordo, nelle ore centrali della giornata, stava andando con alcuni suoi amici all'Istituto di Storia Patria di Bari. Strada facendo, all'altezza di Jaddico, fa fermare la macchina sulla litoranea ed entra in chiesa.

Ci dice: "Ho avuto il coraggio di entrare in questa chiesa. Era vuota, non c’era anima viva." Alberto trova il coraggio in pieno giorno, invece Teodoro ci va di notte. Anche se accompagnato, Teodoro raggiunge il muro da solo. Un luogo selvaggio, per certi versi, inquietante. Il canneto, il rumore dell'acqua che scorre nel canale, il rumore delle fronde degli alberi ad alto fusto che ora non ci sono più. Un luogo infestato da serpenti. Di notte poi, qualsiasi rumore si rende sospetto.

Quando Alberto Del Sordo entra in chiesa, appena sta per girare intorno al muro, vede spuntare Teodoro con un tufo sulle spalle e gli chiede del tufo: "Si, è il tufo dove si è poggiata la Madonna", risponde Teodoro. Alberto Del Sordo non crede e gli dice: "Io ti dò una mano, se quello che tu dici è vero, te le dò tutte e due, ma se così non fosse ( si vedrà se è vero o non è vero) io scriverò di te sui giornali e ti costringerò a lasciare Brindisi."

Naturalmente anche ad Alberto, Teodoro dice: "Tu vieni e vedi", e lo invita alla preghiera.

Non sarà alla sua prima preghiera, al suo primo rosario, non sarà al secondo, ma quando Alberto parteciperà al fenomeno della Luce, dirà: "In un fiat quel muro si illuminò di Luce propria e quella Luce era uno splendore di Luce, un trionfo di Luce, pari ad almeno cento riflettori accesi e messi assieme."

     Di queste persone si è detto che non avevano nessuna pretesa culturale.

Mi piace dire che è vero, ma avevano una grande capacità, di vedere con occhi speciali ciò che non si può vedere se non con la Fede.

Loro si sono fatti umili e si sono nascosti, hanno cancellato il proprio Io, il proprio orgoglio senza esibizioni. Però, voglio menzionare solo uno dei tanti. E' stato uno studioso di storia meridionale, autore di libri, dai quali si potevano leggere pagine di storia brindisina, è stato presidente dell'Università popolare di Brindisi, decano dei giornalisti di Brindisi, ma sopratutto, e questa è la cosa più importante, uno dei componenti della Pia Associazione dei Servi della Madonna: Alberto Del Sordo.

     Queste persone si sono fatte piccole e solo così hanno potuto realizzare il Santuario di Jaddico. Piccoli, solo in questo modo potevano riuscire.

Piccoli, perché come un seme, si può diventare un grande arbusto dove gli uccelli del cielo si possono posare. Piccoli, perché come una piccola quantità di lievito, possono fare in modo che, se messi assieme alla farina ed impastati, possono produrre una grande massa (Mt. 13,31-33). Si sono fatti piccoli; se non fosse stato così, non sarebbero stati capaci di costruire una chiesa e realizzare il convento, sia pure nella struttura portante, nei pilastri, nelle travi, nei solai, nella tampagnatura, ancora grezzo.

     Completo i cognomi delle persone di cui vi ho fatto cenno, con l'ultimo degli "Jaddicoti" così come benevolmente amavano definirlo quelli di casa: Armido Liberati. Arrivo subito al suo ultimo minuto di vita. Lui muore pregando e dice: "Ave Maria, piena di grazie, il Signore è con te."

A questo punto non ce la fa più, non ha più le forze per pregare; si ferma, respira, prende fiato, e poi ancora: "Ave Maria piena di grazia", e prende fiato.

"Ave Maria", e prende fiato, non ce la fa più.

"Ave". E muore.

Mi piace dire che muore tra le braccia della Madonna, alla quale rivolge il suo ultimo pensiero.